«Sono i poveri ad avere il segreto della speranza»

Vissuta dai giovani la GMG diocesana nella chiesa del Monastero delle Clarisse di Città della Pieve

«Sono i poveri ad avere il segreto della speranza. Oggi si vive tutto in fretta, non c’è tempo per sperare, solo per pretendere, per rivendicare… Siete venuti in un monastero di clarisse, che prendono il nome da santa Chiara. Una donna che ha vissuto di speranza, perché aveva un cuore di povera. Avere un cuore di povera vuol dire contare su Dio solo. Non sulle mie capacità, le mie personali risorse, i miei programmi… Su Dio solo, che sempre si china sulla povertà dei suoi figli, come su un grembo spalancato». Con queste parole le Clarisse del Monastero di Santa Lucia in Città della Pieve (Pg) hanno accolto, nella serata del 25 novembre, i giovani partecipanti all’incontro diocesano della XXXVIII Giornata Mondiale della Gioventù (GMG) celebrata nelle Chiese particolari la domenica della Solennità di Cristo Re (26 novembre), dedicata al tema scelto da papa Francesco “Lieti nella Speranza” (Rm 12,12).

Presenze non trascurabili. Insieme ai giovani c’erano l’arcivescovo Ivan Maffeis, il vicario generale don Simone Sorbaioli e diversi sacerdoti tra cui il parroco-arciprete della concattedrale di Città della Pieve, don Giordano Commodi, i direttori degli Uffici di pastorale Giovanile ed Universitaria, don Luca Delunghi e don Riccardo Pascolini, il responsabile del Centro vocazionale, don Samy Cristiano Abu Eideh, il vicario episcopale per la Pastorale, don Simone Pascarosa, il direttore della Caritas diocesana, don Marco Briziarelli, e il vicario episcopale della VII Zona pastorale dell’Archidiocesi, don Leonardo Romizi. Una presenza non trascurale di sacerdoti dediti alla formazione umana e cristiana delle nuove generazioni chiamate ad essere i protagonisti della società di domani sempre più intenta al bene comune. A quell’operare per il bene comune a cui ha fatto riferimento lo stesso arcivescovo Maffeis nell’evidenziare la presenza anche del sindaco di Città della Pieve, Fausto Risini. Il primo cittadino ha ricordato il periodo della pandemia, quando partecipava alla celebrazione eucaristica domenicale nella chiesa delle Clarisse, trasmessa sui social da un gruppo di ragazzi, per far sentire la vicinanza anche delle istituzioni civili alla popolazione costretta a casa. Esperienza vissuta con spirito di speranza soprattutto per giovani, ha detto, in sintesi, il sindaco, quella speranza che si rinnova questa sera con tanti giovani in questa chiesa.

Una veglia con la luce dei flambeaux. Promosso dall’Ufficio di pastorale Giovanile, insieme a quello di pastorale Universitaria e al Coordinamento Oratori Perugini, l’incontro è iniziato nell’Oratorio del Santuario della Madonna di Fatima dedicato ai Santi Fanciulli durante il Grande Giubileo del 2000, dove i partecipanti hanno consumato una cena al sacco con aneddoti e ricordi dell’esperienza vissuta da diversi di loro alla GMG di Lisbona. Terminato il momento conviviale, si sono incamminati verso la chiesa del Monastero delle Clarisse per la veglia di preghiera con la luce dei flambeaux.

Edison, un seme di speranza. Una preghiera che ha visto insieme donne chiamate alla vita di clausura, sacerdoti, testimoni di carità e giovani intenti ad ascoltare una “forte” esperienza di speranza, quella di Chiara e Giovanni Segantin, i coniugi responsabili dell’opera segno di carità “Il Casolare” in Sanfatucchio (Castiglione del Lago, Pg). Invitati dal direttore della Pastorale giovanile, don Luca Delunghi, e introdotti dal parroco don Giordano Commodi, i coniugi Segantin hanno raccontato la storia di Edison, il loro figlio adottivo venuto a mancare un mese fa. Era un ragazzo kosovaro, affetto da gravi patologie fin dalla nascita, vissuto con loro tredici anni grazie all’amore di quanti si sono presi cura di lui al “Casolare”. Persone anch’esse segnate dalla vita per diversi motivi. Edison, in Kosovo, non poteva essere curato e portato in Italia, all’Ospedale Bambin Gesù di Roma – hanno raccontato Chiara e Giovanni –, i medici ci dissero che non c’era più nulla da fare e che sarebbe vissuto non più di un anno, chiedendoci di “accompagnarlo alla morte”. Edison è stata una presenza e un corpo speciale, compiendo un “miracolo” in quanti lo assistevano. Chiunque si trovava davanti a questa presenza silenziosa e allettata, ha compreso che Edison comunicava più cose di noi che parliamo tutto il giorno, che cerchiamo di educare tutto il giorno. Di fronte a lui, tante persone accolte al “Casolare”, che non ci ascoltavano, hanno trovato qualcosa che li ha mossi nel loro animo, spesso molto indurito, divenendo Edison seme di speranza e di attaccamento alla vita per tanti di noi, aiutandoci a farci cambiare lo sguardo con cui guardiamo le cose che succedono. Questo nostro figlio, oggi morto, ha dato speranza e pace a chiunque gli è stato accanto. Sono proprio gli “ultimi”, le persone che apparentemente non hanno nulla da dare e da dire, come anche il piccolo profugo non accompagnato che abbiamo accolto pochi giorni – hanno concluso Chiara e Giovanni –, a farci riflettere sulla logica di Dio per noi quasi incomprensibile, ma che fa la differenza, quella di metterci davanti ai nostri occhi l’altro in difficoltà da aiutare».

La vita dono inestimabile. Mons. Maffeis ha esortato i giovani a guardarsi dentro. «Dobbiamo guardare dentro a noi stessi per avere la possibilità di sperare in questo tempo che è un deserto e per “esercizio” – ha detto – lo faccio di frequente dando un nome a chi mi indica motivi di speranza, come Chiara e Giovanni e a quello che fanno al “Casolare” giorno per giorno, a quello che ci hanno lasciato intuire della loro vita. Sono persone che sanno testimoniare quanto la vita sia un dono inestimabile. Penso a quanti si spendono con generosità per il bene comune, come gli amministratori locali, ai miei preti che ci aiutano davvero a sperare, come a quanti non usano la forza, la violenza, l’aggressività né fisica, né verbale, ma sanno costruire rapporti buoni, di amicizia, di affetto, di dono. Penso alle nostre monache Clarisse che ci ricordano il primato di Dio lasciandoci raggiungere dalla sua Parola, dal suo Amore».

La speranza è a caro prezzo. «Sperare per un cristiano significa scommettere su Gesù di Nazareth – ha commentato l’arcivescovo –. La speranza è a caro prezzo ed ha a che fare con la vita, di farti carico e vicino agli altri. La speranza ti porta a sentire che trovi te stesso solo così, solo donando pezzo, pezzo la tua libertà, legandoti agli altri così di trovare te stesso nella misura che non ti accontenti di come vanno le cose, ma sai metterci del tuo per cambiare e per essere disposto a ricominciare giorno per giorno, dal “noi” e non semplicemente dal proprio “io”. Ho dato un nome alle persone che per me sono fonte di speranza e tra queste penso che ci siate anche voi giovani e il vostro esserci aumenta la mia speranza e quella di tutti e per questo vi dico grazie».

Segni di speranza e di carità. La veglia di preghiera si è conclusa con due segni. Il primo, la consegna a ciascun giovane da parte dell’arcivescovo e del vicario generale di un rosario realizzato dalle Clarisse e di un bigliettino con una frase-preghiera di papa Francesco: “Che il Signore ci liberi dalla terribile trappola di essere cristiani senza Speranza…”. Il secondo, la raccolta di offerte per le opere di carità portate avanti dalla Caritas diocesana in un’epoca non facile per molte famiglie in crisi per la perdita della casa e del lavoro, un gesto che educa i giovani all’importanza del dono privandosi di una parte dei propri piccoli averi per il prossimo.

Riccardo Liguori

 

Fotogallery veglia di preghiera dei giovani nella chiesa del Monastero delle Clarisse di Città della Pieve