Cena del Signore. L’omelia dell’arcivescovo

Mons. Maffeis ai fedeli: «Allacciarsi il grembiule e mettersi a servire, l’unica via per diventare persona»

Un catino, dell’acqua, un asciugamano. Non ci è difficile rappresentarci la scena della lavanda dei piedi: durante la cena pasquale, Gesù si alza da tavola, depone le vesti, si cinge di un grembiule e si mette a lavare i piedi ai commensali. È semplice, se non fosse che Colui che compie il servizio dello schiavo è “il Maestro e il Signore”. Di qui lo stupore e la confusione che sconvolgono, per cui si può capire la ritrosia e la resistenza di Pietro: “Tu non mi laverai i piedi in eterno!”.

Certo che lo comprendiamo Pietro! Come lui, siamo anche noi attenti a non dover niente a nessuno, a non dover dire grazie, a non farci toccare da quello che succede. Perché, lo intuiamo, potrebbe chiamarci in causa, chiederci di dare la nostra risposta. “Vi ho dato un esempio, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi”. Sì, farsi lavare i piedi potrebbe rivelarsi un gesto estremamente rischioso; potrebbe esporci a dover fare altrettanto. Meglio ritrarsi…

Il fatto è che questa possibilità non c’è. È soltanto un’illusione pensare di poter disertare, volgendo altrove lo sguardo: l’unica via per diventare persona è quella di rendersi disponibili, di allacciarsi il grembiule e mettersi a servire. L’esistenza si realizza solo così, altra via non ci è data.

Del resto, ciò che siamo, con buona pace del nostro orgoglio, è frutto di chi ci ha amato, di chi si è chinato su di noi, di chi ci ha donato tempo, energie, vita. A quante persone dobbiamo riconoscenza: genitori, fratelli, amici, educatori…

La stessa lavanda dei piedi, compiuta da Gesù, più che un gesto straordinario è un’istantanea, che fissa quella che in realtà è la cifra di tutta la sua vita, la chiave per entrare nel mistero della sua identità, il filo delle sue giornate. In ogni momento, in ogni incontro, Gesù ci ha manifestato il volto di un Dio che si inginocchia davanti agli uomini, che si lascia mangiare dalla loro fame. Non per nulla resterà fra i suoi fino alla fine del mondo nel Pane spezzato. E chi si nutre alla mensa della sua Parola e dell’Eucaristia – chi si lascia lavare da lui – non può vivere altra logica. Non c’è comunione con il Signore, se questa non porta al servizio dei fratelli. Più ancora: non c’è vita. Perché, quando la trattieni, la vita si accartoccia e si spegne. Noi viviamo nella misura in cui ci doniamo.

Con questi sentimenti, questa sera ci chiniamo sui piedi di fratelli e di sorelle che sono stati costretti a fuggire dal loro Paese: dalla “martoriata Ucraina, sull’orlo di una catastrofe umanitaria di ancora più ampie dimensioni”, da cui provengono Katerina, Myroslava, Anna e Iryna; dal Burkina Faso di Billa e Yoda, Paese insanguinato dalla guerra civile in corso tra il governo e i gruppi di matrice islamica. Questa sera ci chiniamo anche sui piedi di Adriana, Ameen, Rudolph ed Elian, studenti universitari, provenienti da Gerusalemme, dai territori israeliani, da Betlemme e da Nazaret: impossibilitati a far ritorno a casa dalla violenza che ha già causato decine di migliaia di morti innocenti.

Facciamo nostre le parole della Lettera che ieri il Papa ha inviato ai Cattolici di Terra Santa:In questi tempi oscuri, in cui sembra che le tenebre del Venerdì santo ricoprano la vostra Terra e troppe parti del mondo sfigurate dall’inutile follia della guerra, che è sempre e per tutti una sanguinosa sconfitta, voi siete fiaccole accese nella notte; siete semi di bene in una terra lacerata da conflitti”.

Cari fratelli, care sorelle, più che acqua vorremmo versare sulle ferite del vostro corpo e della vostra anima l’olio della consolazione e il vino della speranza. Sentiteci vicini con la nostra amicizia e la nostra accoglienza. Come scrive ancora Papa Francesco, non siete soli e non vi lasceremo soli, ma rimarremo solidali con voi attraverso la preghiera e la carità operosa”.

Don Ivan,

Vescovo

 

Fotogallery