“Nella sinagoga gli occhi di tutti erano fissi su di lui”: è un’attenzione promettente, se non fosse che – come sappiamo – sarebbe sfumata rapidamente, lasciando posto allo sdegno e al rifiuto. Per contrasto, proprio la mancata accoglienza farà risaltare la libertà di Gesù, che si dimostra lontano dalla preoccupazione di compiacere a tutti i costi.
Eminenza, cari confratelli, con il ministero siamo chiamati, innanzitutto, a partecipare di questa libertà, che è distacco dalle attese immediate e, a maggior ragione, dalle pretese a cui a volte siamo esposti, per essere essenzialmente presenza del Signore, che libera, perdona, risana. Il programma risuonato nella sinagoga di Nazaret, all’inizio della vita pubblica di Gesù, disegna ancor oggi la nostra stessa missione: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore”.
Siamo presbiteri che, in forza della speranza cristiana, svolgono un ministero di consolazione, di esortazione e di conferma in un contesto di fragilità diffusa, dove tante persone e famiglie sono provate da difficoltà, incertezze, sofferenze e stanchezze. Pesa non poco anche l’apprensione per una situazione internazionale, che getta su tutti un sentimento di sconcerto e d’impotenza. Non aiuta nemmeno un clima culturale che, non solo manca di riferimenti condivisi, ma spesso è impoverito da un linguaggio aggressivo, assunto come ‘ordinario’ nei social, nella politica e nel dibattito pubblico.
A maggior ragione, riusciremo a distinguerci nella misura in cui – come scrive Papa Leone – non saremo “definiti dal moltiplicarsi di compiti o dalla pressione dei risultati, ma saremo uomini configurati a Cristo, capaci di sostenere il proprio ministero a partire da una relazione viva con Lui, nutrita dall’Eucaristia ed espressa in una carità pastorale contrassegnata dal dono sincero di sé”.
Per evitare che su questo orizzonte di vita la polvere del tempo offuschi le motivazioni dell’ordinazione sacerdotale, la nostra esistenza deve poter trovare unità e forma grazie alla fedeltà a una disciplina dello spirito, a una regola di vita che custodisca i necessari spazi di silenzio, un tempo quotidiano di preghiera e di meditazione della Parola; una cura della fraternità presbiterale, che richiede disponibilità a cercare l’altro e a lasciarsi dall’altro incontrare, attenti a sostenersi reciprocamente, come pure ad aiutarsi a leggere la realtà e ad affrontare il tempo complesso e in rapido mutamento in mezzo al quale ci troviamo.
Se la vita interiore non portasse ai fratelli, si risolverebbe in evasione: la relazione con Cristo e con il presbiterio s’incarna nella dedizione alla comunità, in mezzo alla quale vivere onestamente le responsabilità che ci sono affidate, a partire dalla capacità di coltivare relazioni all’insegna di un’autentica paternità nei confronti della nostra gente.
Rispetto al recente passato, oggi ci sono aperte nuove possibilità, anche in ambiti secolarizzati. Nella visita pastorale tocco con mano – a partire dalle nuove generazioni – quanto la parola e l’opera della Chiesa siano attese, quante opportunità si schiudano per l’annuncio del Vangelo.
Come, pure, tocco con mano la stima che la nostra gente nutre per voi, confratelli. Alla loro aggiungo la mia personale riconoscenza per l’accoglienza cordiale e fraterna che ricevo da voi e che rafforza il legame sacramentale che unisce Vescovo, Presbiteri e Diaconi in un solo corpo, segno e strumento di Gesù, buon Pastore.
“Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”: l’augurio pasquale che vi rivolgo è che possiate sentire quanto la parola della grazia si compie in ciascuno di voi, nel corpo presbiterale e in quello ecclesiale. Questa grazia sostenga e conforti il vostro servizio: donate la vita di Dio alla nostra gente, aiutatela a credere in Lui e, quindi, a portare con coraggio il peso delle prove, confortati e irrobustiti dall’olio della speranza, della fraternità e della pace.
Con questo spirito rinnoviamo le promesse della nostra ordinazione.
don Ivan, Vescovo
