Vi ringrazio di questa qualificata partecipazione, che manifesta una realtà ecclesiale viva, unita e fraterna.
Non è cosa da poco. La cultura in cui siamo immersi parla un linguaggio diverso. Educa a non legarsi, a non appartenere, a custodire con gelosia la propria libertà e indipendenza. Questa sensibilità, che sembrerebbe dilatare le opportunità, spesso si risolve in solitudini che tolgono il respiro alla vita. Perchè uno dei bisogni più profondi che ci anima è quello di avere qualcuno a cui guardare e dal quale essere guardati, un volto amico e affidabile in cui ritrovarsi.
Non è forse questa l’attesa che spinge gli anziani e il popolo d’Israele a chiedere a Davide di accettare la responsabilità di diventare il loro re?
Sono significative le stesse parole con cui gli rivolgono la richiesta: “Ecco noi siamo tue ossa e tua carne”. Fanno eco a quelle pronunciate da Adamo, quando vede la donna: “Questa è ossa delle mie ossa, carne della mia carne”. Come a dire: noi ci apparteniamo, viviamo per incontrarci, noi possiamo camminare soltanto insieme, in un rapporto sponsale.
Con l’odierna festa di Cristo Re, la Chiesa fa chiarezza, indicandoci in Lui il riferimento primo e ultimo, il pastore, Colui verso il quale converge la vita, la radice della comunione. “In lui furono create tutte le cose… e tutte in lui sussistono”, canta Paolo in questo straordinario inno: “In lui abita tutta la pienezza e per mezzo di lui e in vista di lui sono riconciliate tutte le cose”.
A fronte di un affresco tanto solenne, il Vangelo ci spiazza, mettendoci davanti un re non soltanto crocifisso, ma anche deriso e insultato dai capi, dai soldati e perfino da uno dei malfattori: “Se tu sei il re dei Giudei… salva te stesso e noi!”. E non è anche il nostro modo di ragionare? Anche in noi c’è la pretesa di un Dio forte, che scenda dalla croce e, soprattutto, che ci risparmi dalle nostre… La regalità di Gesù si manifesta, invece, proprio nel suo rimanere sulla croce, nel suo vivere e morire in Dio, facendoci così capire che la cosa più grande è fidarsi di Dio. Fino in fondo.
Il ladrone lo intuisce, al punto da mettere tutta la propria esistenza nelle mani di quel Re Crocifisso; a differenza degli altri, non gli chiede una dimostrazione di forza, ma di compassione: “Gesù, ricordati di me…”.
Caro Jacopo, che con il rito d’ammissione presenti alla comunità diocesana la tua disponibilità a camminare verso il sacerdozio; caro Giuseppe e caro Pietropaolo, che con il ministero dell’accolitato venite chiamati a servire l’altare e il popolo di Dio, soprattutto negli ammalati e nei poveri: tenete fisso lo sguardo a questo Re e troverete in Lui il senso della vostra disponibilità e del vostro servizio.
A mia volta, così vorrei vivere la visita pastorale che con questa celebrazione prende avvio. Il protagonista della visita, infatti, non è il Vescovo: come ha detto Papa Leone appena eletto, “un impegno irrinunciabile per chiunque nella Chiesa eserciti un ministero di autorità è sparire perché rimanga Cristo, farsi piccolo perché Lui sia conosciuto e glorificato, spendersi fino in fondo perché a nessuno manchi l’opportunità di conoscerlo e amarlo”.
La visita pastorale è allora l’occasione in cui la comunità visita se stessa, si guarda dentro e attorno, reagisce all’affievolirsi della tensione spirituale e si aiuta a rivedere le modalità della propria presenza sul territorio: “Le esigenze dell’annuncio cristiano e i cambiamenti degli ultimi decenni, che interessano l’ambito demografico, culturale ed ecclesiale – ci ha detto giovedì scorso il Papa, concludendo ad Assisi l’Assemblea generale dei Vescovi italiani – ci invitano a superare certi confini territoriali e a rendere le nostre identità religiose ed ecclesiali più aperte, imparando a lavorare insieme e a ripensare l’agire pastorale unendo le forze”.
Con questo sguardo vorrei andare incontro alle comunità, conoscerne da vicino la vita e assicurare a ogni persona la vicinanza misericordiosa del Signore e la disponibilità cordiale della sua Chiesa.
Confido nell’aiuto dell’unico Buon Pastore, perché plasmi sempre più il mio cuore sul suo. Confido in voi, presbiteri e diaconi, ai quali mi lega un particolare rapporto sacramentale di comunione e di fraternità. E confido in voi laici, che qui rappresentate tutte le unità pastorali della diocesi: anche nelle comunità più piccole ci sono donne e uomini pensosi, corresponsabili, animati da quella vita di fede e di carità che nasce dalla frequentazione della Parola e del Pane eucaristico. Con queste persone vorrei annodare un legame più stretto, oltre a ravvivare in tutti il gusto per la verità del Vangelo e la gioia della vita cristiana, che ci porta a testimoniare l’accoglienza, la solidarietà e la fraternità, rispetto a un contesto spesso distratto – se non indifferente – alle necessità degli altri, specie se poveri.
La Madonna delle Grazie e i santi Patroni delle nostre parrocchie accompagnino i nostri passi con la loro intercessione e protezione.
Don Ivan, Vescovo
