
Il 26 ottobre 1986 Giovanni Paolo II visitò la città di Perugia. Un commosso ricordo di quell’evento.
Nel ricordare, dopo 40 anni, i momenti carichi di emozione della visita di Giovanni Paolo II a Perugia, tutto ci appare come una sorta di racconto dai tratti “mitici” e apparentemente lontani. Ma ci sono ancora tanti perugini che quel giorno e mezzo lo hanno vissuto davvero e da protagonisti. Ascoltare questi racconti ci fa diventare parte di quell’evento che ha inciso così tanto nel vissuto della nostra città, da lasciarla quasi cambiata e sicuramente arricchita di un tassello prezioso della sua storia recente che vede un Papa “venuto da lontano” divenuto per un giorno nostro fratello e concittadino.
Quando lunedì 27 ottobre il Papa lascia Perugia, è mattina presto. Alla Casa del Sacro Cuore ha appena detto messa per le suore di clausura, ha raccomandato alla loro preghiera la buona riuscita dell’incontro di Assisi per la pace, ed è iniziata, da pochissime ore, la “tregua di Dio” invocata per tutto il mondo.
Così Giovanni Paolo Il si congeda dal capoluogo umbro, lasciando di sé, ai perugini, il ricordo di un profeta che ha scelto di condividere con loro l’attesa di una vigilia consumata con l’intera umanità.
Dell’effetto della visita del Papa non può esserci, forse, altro riscontro più efficace di quello che prende corpo con il ricordo conservato nell’intimo di chi lo ha vissuto.
L’elicottero papale atterra allo stadio di Santa Giuliana alle 8,50, in perfetto orario. Ad attendere papa Wojtyla ci sono l’arcivescovo di Perugia monsignor Cesare Pagani, il sindaco Giorgio Casoli, il presidente della giunta regionale Germano Marri e, in rappresentanza del governo, il ministro degli esteri Giulio Andreotti.
Già dalle prime ore della mattinata (fa molto freddo, l’inverno si annuncia precocemente) è iniziato l’afflusso di gente in corso Vannucci e in piazza IV Novembre. I primi ad arrivare sono i giovani, che prendono posto intorno alla Fontana, dove avverrà l’incontro che, sotto tutti i punti di vista, sarà il fulcro della mattinata.
L’atmosfera si è fatta carica di attesa con le prime ombre della sera precedente. I preparativi son ormai ultimati nei minimi dettagli; discussioni e polemiche, susseguitesi con ritmo incalzante fino agli ultimissimi giorni, tacciono di colpo, per lasciare spazio al rumore metallico delle chiavi inglesi con cui gli operai stringono le transenne e allestiscono i palchi.
Il 26 ottobre sembra però promettere male; un pigro risveglio, nonostante la circostanza, si aggiunge ad un cielo coperto di nuvole, gravide di inquietanti incognite per una giornata attesa da mesi, e sofferta ora per ora nella sua organizzazione.
All’arrivo dell’elicottero il sole comincia a splendere, e per qualcuno è un segno che troverà conferma, da lì a pochi minuti, nello spontaneo sciogliersi, a diretto contatto col Papa, di una città che non tributa onori e che va orgogliosa di un atavico disincanto.
Con le nubi dal cielo, se ne sono andate via ben presto anche quelle che, per settimane e settimane, hanno gravato sull’incontro.
Rotto il ghiaccio e fugate le incertezze dell’ultima ora, la città compassata e indifferente di sempre si scioglie in pochi minuti. Tra Perugia e Wojtyla si instaura immediatamente un’intesa che crescerà di minuto in minuto, fino a sera. Lo dice anche il sindaco Casoli: “Questo papa ha una grande capacità di dialogo con le folle, qualità che prima era considerata abbastanza eccezionale. E non penso solo alle capacità di sollevare l’entusiasmo della gente, ma anche alla proprietà di stimolare il contatto intellettuale, un feeling completo”.
Lungo le poche centinaia di metri che separano lo stadio di Santa Giuliana da corso Vannucci, dove è fissato il luogo per il primo discorso ufficiale, la jeep è accompagnata tra feste e canti da due ali di gente che, non appena rimane alle spalle del Papa, si accoda a passo celere aggredendo la salita di via Masi per inerpicarsi su via Marzia. La folla preme intorno alla papa-mobile, e Giovanni Paolo Il fa fermare il mezzo diverse volte. Lungo il tragitto lo si vede ammirare attentamente le antiche mura; ascolta con interesse l’Arcivescovo che gli addita i resti della Rocca Paolina, simbolo della dominazione papale, certo, ma anche testimonianza del complesso, stretto intrecciarsi della storia di Perugia con quella della Chiesa e del papato.
Un rapporto la cui importanza trova conferma nelle stesse parole che il Pontefice pronuncerà qualche minuto dopo: «Perugia – dirà il Papa sotto il portale trecentesco dei Priori – per la sua vicinanza a Roma ha condiviso più volte nel tempo le alterne vicende della Chiesa, conoscendo anche momenti difficili per alcuni aspetti di ordine temporale. Ma la tradizionale religiosità della gente è rimasta saldamente ancorata alla fede. Ed oggi voi avete accolto con entusiasmo il successore di Pietro, che viene nella sua veste di pastore per riconfermarvi nel dono della fede».
Gli applausi della gente, che ormai gremisce corso Vannucci da un estremo all’altro e che ha riempito la piazza, si fanno sempre più frequenti; specialmente nei passaggi che fanno diretto riferimento alle bellezze di Perugia. Giovanni Paolo Il, del resto, non lesina complimenti e ammirazione: sarà questa una costante di tutta la visita, soprattutto nei vari momenti della mattinata. Il Papa fa capire di trovarsi a suo agio (lo dirà poi apertamente), entra in sintonia con gli abitanti e con le stesse pietre della città, e proprio nel suo luogo più nobile Perugia accorda spontaneamente al Santo Padre confidenza e calore.
Nei quattro discorsi la città viene «carezzata», via via, più di una volta, con accenni centrati di un’intensità che si avverte sgorgare dal profondo dell’animo.
«Nel mio itinerario pastorale — esordisce di fronte alle autorità – non poteva mancare una sosta nella vostra città, che come una delle Chiese particolari più antiche e più vicine a Roma, ricca di tradizioni cristiane e di memorie storiche, occupa un posto speciale nel pensiero e nel cuore del Papa». La struttura dell’antica Perugia, sapientemente creata all’insegna di un costruttivo equilibrio tra terreno e ultraterreno, tra funzionale e simbolico, tutto questo viene sottolineato dal Papa per introdurre i grandi temi del rapporto tra fede e cultura, tra Chiesa e società civile: “Mi pare che questa armonia tra i valori spirituali e civili dell’uomo sia singolarmente espressa in questa vostra Piazza Maggiore, dalla vicinanza tra lo storico Palazzo dei Priori e l’antica Cattedrale. È la testimonianza che il popolo di Perugia ha saputo legare sempre le virtù civiche ad una profonda religiosità (…). Mi piace pertanto ammirare l’anima di Perugia, dolce e aperta come gli orizzonti che le si aprono intorno, così magistralmente illustrati nella pittura del Perugino, quell’anima che ha reso la città disponibile ed accogliente verso i tanti giovani che, dai vari continenti, qui convengono per il primo impatto con la lingua, la cultura e l’arte italiana”. “Mi piace stare qui, mi piace molto”.
L’ora e un quarto trascorsa in piazza corrisponde a ciò che, sul piano pastorale, doveva essere ed è stata la messa allo stadio Curi. Giovanni Paolo II ha scelto l’ora più dolce e il luogo più nobile per parlare ai giovani della bellezza: “Chi viene in questa piazza difficilmente si sottrae al fascino della sua bellezza. La Fontana maggiore ne è un’incarnazione splendida”.
Ma il discorso con la Chiesa perugina il Papa lo aveva iniziato sin dal primo momento, all’ingresso di Palazzo dei Priori. Rispondendo al sindaco e al ministro degli esteri aveva citato Leone XIII per sottolineare la missione spirituale della Chiesa, dalla quale “scaturiscono orientamenti e indirizzi capaci di risolvere i problemi della vita sociale nel contesto in cui vive”.
Così, mentre il duomo riapre le porte dopo tre anni di lavori, la mente non può fare a meno di riportarsi fuori, tra il clamore della piazza che ormai si fonde col canto del “Tu es Petrus” che accoglie il Supremo pastore nella sede privilegiata e più propria. Chi vive momento per momento l’ingresso del Papa, ed ha visto cosa è successo all’esterno, ha la fortuna, se vuole, di avvertire il passo della storia, ed è percorso da un brivido al pensiero che lì, in piazza, solo da qualche istante Perugia e la sua Chiesa hanno riallacciato un contatto diretto col Vescovo di Roma, proprio nel momento in cui Giovanni Paolo II ha preso posto sul sagrato, colmando in un attimo il vuoto dei centoventinove anni, trascorsi da quando un Pontefice, sal’, per l’ultima volta , la rigida gradinata della Cattedrale.
C’è concitazione, Praticamente il duomo, come dirà lo stesso Arcivescovo al Santo Padre, viene riaperto per Giovanni Paolo II. Ventiquattr’ore prima i canonici erano ancora con le mani tra i capelli per la montagna di tubature Innocenti e ferramenta da rimuovere, mentre nella notte i tappezzieri hanno ultimato la sistemazione del presbiterio, che purtroppo dovrà nascondere alla vista di Giovanni Paolo II l’abside, devastata dall’incendio che ha distrutto un terzo del prezioso coro ligneo quattrocentesco.
Mentre il Papa riceve alla porta il saluto dell’arciprete monsignor Antonio Fedeli e del camerlengo monsignor Decio Sensi, gli osservatori più attenti notano uno strano agitarsi dei cerimonieri pontifici: una sedia di troppo sui gradini dell’altare maggiore rischia di trasformarsi in un vero e proprio incidente diplomatico. Alla destra del trono papale, infatti, è stato collocato il seggio damascato, usualmente adoperato dall’Arcivescovo nelle funzioni solenni, mentre alla sinistra è stata posta una sedia “normale”. Situazione imbarazzante, dunque: se infatti sulla sedia più prestigiosa si fosse seduto l’Arcivescovo, si sarebbe corso il rischio di offuscare la dignità cardinalizia di Agostino Casaroli (Segretario di Stato) che si sarebbe seduto alla destra del Papa; se al contrario vi si fosse seduto il cardinale, ciò avrebbe messo in secondo piano l’Arcivescovo di Perugia, di fronte ai fedeli, in quel momento, l’autorità pastorale più importante dopo il Papa. La vita della Chiesa, a certi livelli, è fatta anche di questo, e gli zelanti cerimonieri, in quattro e quattr’otto, hanno fatto il loro dovere senza che alcuno si accorgesse di nulla
Il Papa è entrato dalla porta principale, quella che dà su piazza Danti; cammina tra la folla che si accalca alle transenne lungo la navata centrale.
La maggior parte sono sacerdoti giunti da tutta la diocesi. Gli altri sono laici impegnati nei movimenti e nei vari settori della pastorale, centinaia e centinaia di persone che per la prima volta, probabilmente, si vedono riunite tutte assieme e sembrano stupite di scoprirsi così in tanti, in una città che qualcuno avrebbe voluto dipingere come “laica” ed aliena dall’attivismo cattolico.
Per il duomo, da Natale parzialmente riaperto al culto dopo tre anni e prossimo al quarto centenario dalla consacrazione, è l’ideale inaugurazione di una nuova stagione. Questo Papa che entra incarna l’auspicio – sarà la sua stessa esortazione – che i restauri del tempio siano il simbolo del ricostruirsi della Chiesa perugina come presenza efficace e visibile in tutta la città. Da quel momento, fino a sera, Giovanni Paolo si sentirà permanentemente seduto nel tempio della diocesi; saranno le sue parole a trasformare lo stadio Curi in un prolungamento della Cattedrale, quando nell’omelia, ricordando nuovamente le mille testimonianze di fede date dalle vestigia di Perugia, dirà: “Tra queste il mio pensiero va in particolare alla testimonianza costituita dalla Cattedrale, anche perché voi vi siete impegnati ad accompagnare i lavori di restauro con una generosa ripresa di vita cristiana, in sintonia con la visita pastorale che il Vescovo ha sviluppato nella diocesi durante questi ultimi anni”. Le tribune gremite dai circa quarantamila che assistono alla messa a Pian di Massiano sono idealmente ricoperte dalle agili volte gotiche di San Lorenzo, dell’edificio che si trasforma nel “simbolo della vostra intera comunità diocesana, oggi stretta per questa celebrazione intorno al successore di Pietro”; quella “chiesa di pietra” che “appare così come un luminoso simbolo della Chiesa di cuori che siete voi”.
Il Papa, che aveva già detto di essere venuto per riconfermare nel dono della fede, infonde coraggio, e prende atto di questa non facile realtà (del resto comune a tutto l’occidente cristiano contemporaneo) per ricordare l’impegno dell’evangelizzazione. Alle nuove generazioni, inoltre, rammenta la figura di Leone XIII, “gloria non solo della Chiesa perugina, ma della Chiesa universale per il suo magistero”; e toccando i temi più specifici della realtà ecclesiale diocesana sottolinea la “grande vivacità” di associazioni e movimenti, chiamati a vivere “’inderogabile unità ecclesiale” e a portare il loro contributo «alla edificazione della casa comune”.
Se ai sofferenti e a chi li assiste raccomanda innanzitutto una forte tensione spirituale, ai lavoratori che l’ascoltano nella sala parrocchiale dell’Oasi, Giovanni Paolo ricorda come la Chiesa non si disinteressi dei problemi pratici ed economici: “Vi risponderò con tutta franchezza che questa obiezione – dice – non ha ragione d’essere. La Chiesa si è sempre occupata del mondo del lavoro, e ha asserito con coraggio che i diritti fondamentali dei lavoratori devono coinvolgere tutta la sfera sociale ed etica». E i lavoratori corrono a stringere la mano all’operaio che, nelle cave di pietra di Zakrzowek, ha “meditato profondamente e in una rinnovata luce il Vangelo”.
Il manto verde del «Curi» è ricoperto al centro di uno splendido tappeto floreale, regalo degli ineguagliabili maestri dell’infiorata di Spello. i circa trecento concelebranti tra Arcivescovi, Vescovi, Sacerdoti, hanno preso posto intorno al grande altare allestito sulla tribuna, mentre Giovan ni Paolo Il, rivestito di una lucente casula, sfila lentamente intorno alla pista, travolto dallo sventolio di migliaia di foulards e dalle grida dei quarantamila presenti, che neanche si accorgono del freddo pungente. Sul prato, per nulla a disagio, ci sono anche dei novantenni, ospiti della casa per anziani di Fontenovo.
E il momento della grande festa, del sacro ringraziamento a Dio; ma an che del congedo. “Resta con noi, Signore, perché si fa sera e il giorno gi volge al declino”. Le parole di Luca sulla bocca di monsignor Pagani si colorano di nostalgia e commozione. Il Pastore, che in umiltà e senza risparmiarsi ha lavorato mesi interi per rendere possibile questa giornata, vede miracolosamente composto il cenacolo. Come ad Emmaus, i perugini si sentono discepoli attorno al Signore, che ha fatto ritorno tra loro.
Cronache tratte da: Il Papa nel Cuore di Perugia, 26 ottobre 1986











