
Apre venerdì 16, alle 18, a Sant’Andrea delle Fratte (via don Alberto Seri, 10, Perugia) il Consultorio diocesano “La Dimora”. All’inaugurazione intervengono la responsabile, dott.ssa Angela Passetti, l’Arcivescovo Ivan Maffeis e i responsabili dell’Ufficio di Pastorale Familiare e della Casa della Tenerezza.
Ascolto, accoglienza e sostegno della persona, della coppia e della famiglia, sono gli obiettivi di cura e attenzione del consultorio, perché nessuno sia lasciato solo.
Le trasformazioni sociali, educative e relazionali del nostro tempo rendono sempre più necessario poter contare su professionisti capaci di ascoltare, orientare e accompagnare. In questo scenario, il Consulente Familiare offre un contributo alla prevenzione del disagio, alla qualità dei legami e alla crescita della persona. Riconoscerne il ruolo significa attribuire all’ascolto e all’accompagnamento il valore educativo e sociale che meritano.
Per comprendere questa professione occorre partire dall’idea di persona che ne sostiene il lavoro. Le diverse conoscenze si integrano attorno a una visione coerente dell’essere umano, articolata in alcune dimensioni fondamentali. La dimensione relazionale attraverso cui l’io prende forma nel rapporto con un tu. La dimensione narrativa in cui ciascuno costruisce la propria identità anche attraverso il racconto della propria storia inserendola in una cornice di senso. La dimensione corporea ed emotiva: corpo, mente ed emozioni rappresentano un unicum. La dimensione della libertà e della responsabilità in quanto ogni persona attraverso un percorso di consapevolezza può avere la possibilità di scoprirsi, crescere e cambiare. L’apertura alla trascendenza e alla ricerca di significato che può esprimersi attraverso linguaggi culturali e religiosi differenti.
Su questi presupposti, il counseling relazionale si configura come una professione della relazione di aiuto. Attraverso l’ascolto e il dialogo, accompagna la persona a riconoscere e sviluppare le proprie risorse, favorendo consapevolezza, cambiamento e crescita.
Che cosa rappresenta, dunque, oggi il Consulente Familiare o meglio della persona, della coppia e della famiglia? La sua identità richiede una definizione chiara con una separazione riguardo alla figura dello psicologo o dello psicoterapeuta. La consulenza familiare ha una propria cornice di significato, un ambito di intervento specifico, una metodologia relazionale e un riferimento etico. È un ambito professionale con una propria identità, che si fonda su un approccio centrato sulla relazione e sull’ascolto, sull’esperienza vissuta della persona, e si rivolge alla valorizzazione delle risorse e alla consapevolezza nel qui e ora, senza avere come finalità la diagnosi o la cura della patologia.
Il suo compito è sostenere le persone nei percorsi di scelta, orientamento e maturazione e nelle crisi non patologiche che attraversano la vita. La solitudine, i contrasti tra generazioni, le difficoltà educative e comunicative, lo smarrimento rispetto alla propria identità, le crisi di coppia, sono solo alcune delle situazioni nelle quali il consulente può intervenire. L’attenzione si concentra sul rapporto con sé e con gli altri, sulle risorse disponibili e sui significati attribuiti all’esperienza, per aiutare chi si rivolge al consulente a ritrovare un equilibrio più autentico e a essere protagonista del proprio cambiamento. Entrare in punta di piedi nella storia dell’altro, con un sacro rispetto.
La dimensione preventiva, educativa, relazionale e orientativa caratterizza la consulenza. Cogliere il disagio prima che si aggravi, sostenere le risorse individuali e familiari e creare occasioni di consapevolezza, dialogo, confronto, spazi in cui la persona può permettersi di mostrarsi per ciò che è. Come ogni professione di aiuto, possiede competenze, linguaggio e strumenti propri. Il Consulente Familiare non prende il posto del terapeuta, la specificità di ciascuna figura rende possibile una collaborazione nella quale le diverse competenze concorrono al bene della persona, senza sovrapposizioni indebite o appropriazioni di ambiti altrui.
Questa collaborazione trova espressione anche nell’équipe consultoriale, dove il Consulente Familiare partecipa al lavoro interdisciplinare, si forma, si aggiorna e si prende cura di sé costantemente. Il suo apporto può essere prezioso nelle scuole, nei consultori, nei centri di ascolto e nei servizi territoriali, così come nelle realtà ecclesiali, nei percorsi di preparazione al matrimonio, nelle aziende e nelle comunità educative.
Essere Consulente Familiare, pertanto, non riguarda soltanto l’attività svolta durante gli incontri. Si esprime anche nel modo di osservare la realtà, ascoltare e avvicinarsi alle persone. La passione per l’umano continua oltre il tempo del colloquio e diventa uno stile di presenza: capace di accogliere senza restare passivo, di non giudicare senza essere indifferente e di partecipare senza lasciarsi invischiare.
A questa identità si collega la necessità di riaffermare il valore professionale e normativo della figura. In Italia, la Legge 4/2013 costituisce il quadro di riferimento per le professioni non organizzate in ordini o collegi e valorizza competenze sostenute da formazione qualificata, aggiornamento continuo, responsabilità etica e appartenenza associativa. All’interno di questo quadro, la dignità professionale del counselor e del Consulente Familiare merita maggiore conoscenza, tutela e riconoscimento da parte delle istituzioni pubbliche e private.
Promuovere il Consulente Familiare significa, quindi, investire nella prevenzione, nei rapporti tra le persone e nella custodia della persona stessa. Per questo i consulenti familiari chiedono al mondo politico, culturale ed ecclesiale un’apertura più coraggiosa verso la loro professione. In molti Paesi, soprattutto nell’area anglosassone, il counseling è già presente nei sistemi educativi, sanitari e comunitari: un’esperienza che richiama il valore dell’ascolto, dell’orientamento e dell’accompagnamento di fronte alle urgenze del nostro tempo.
