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Si celebra quest'anno il V centenario della morte della Beata Colomba




Era nata a Rieti da una famiglia di condizione modesta, dove ci s'ingegnava a raccogliere e smerciare il "guato", l'erba per tingere i tessuti; famiglia neanche troppo felice, perché il padre, vedovo e con un figlio arrogante e violento, s'era risposato a una giovanissima; la cui prima creatura, Colomba, vide la luce nella festa della Presentazione del Signore, che era detta la Candelora, il 2 febbraio 1467.
Quel che oggi ci colpisce, più che i prodigiosi presagi, è l'intima chiamata, che in Colomba si manifestò ben presto, e fu quella di seguire gli esempi e la vocazione mirabile della Vergine Senese, vissuta quasi un secolo prima, ed oggi patrona d'Italia, dottore della Chiesa, e di recente annoverata fra i patroni d'Europa insieme col nostro San Benedetto, coi due grandi apostoli degli Slavi Cirillo e Metodio, con Brigida di Svezia, contemporanea di Caterina, e con Edith Stein, contemporanea nostra.
Vinta l'opposizione dei suoi, Colomba poté consacrarsi allo Sposo celeste, e vestir poi l'abito della "Penitenza di San Domenico", pur restando nella casa paterna, come aveva fatto Caterina. E come lei, Colomba seppe unire alla sua ardente vita interiore, una bontà sorridente ed amabile, un'amorevole premura per quanti poteva soccorrere, e perfino per i colpevoli. C'è infatti un episodio che riguarda un condannato a morte, e ci ricorda quello ormai celebre di Nicolò di Tuldo.
Un impulso misterioso e potente quasi la rapì alla sua città natale, e nel settembre del 1488 la fece giungere a Perugia, dove restò finché visse.
Fu accolta con entusiasmo dal popolo, che presto sperimentò i benefici delle sue preghiere e dei suoi doni straordinari, di profezia, di guarigioni miracolose, di consiglio e di gioioso conforto per ogni genere di tribolati. Anche i magistrati e i primati della città le dimostrarono venerazione ed affetto, sì che un ampio e bel monastero fu costruito per lei e per la sua comunità, che dopo secolari vicende, è ancor oggi rappresentata dalle "Colombe", ossia Monastero della Beata Colomba in Porta Sant'Angelo; dov'è ricostruita, e si può visitare, coi suoi ricordi, anche la sua celletta.
I Domenicani, come il clero in genere, erano invece, da principio, diffidenti e quasi ostili verso di lei. La Chiesa, di fronte a ciò che può essere soprannaturale, esige giustamente "i piedi di piombo". Ma a poco a poco specialmente uno di loro, il dotto e cauto Padre Sebastiano, dovette arrendersi alle prove più evidenti, e pienamente convinto, divenne il suo padre spirituale, e più tardi il suo primo e fondamentale biografo. Grazie a lui, la figura di Colomba da Rieti ci appare in piena luce storica, fin nei particolari della sua personalità e della sua vita. Secondo l'uso di allora, lo scritto del Padre Sebastiano è chiamato "Legenda"; ma non ha nulla di leggendario, o che non sia accuratamente vagliato, com'egli attesta anche con giuramento, dal suo coscienzioso e più che prudente Autore. Abbiamo per di più la fortuna di possederne le due redazioni, cioè il testo latino, e la versione ch'egli stesso ne fece in volgare, non soltanto autentiche senza ombra di dubbio, ma si noti autografe, di propria mano dell'Autore stesso. La Legenda Latina fu poi pubblicata sia pur con numerose ma non sostanziali mende negli Acta Sanctorum dei Bollandisti, che a torto ritenevano perduta la Legenda Volgare. Ma proprio questa, nella lingua viva e parlata al principio del Cinquecento, è per noi la più colorita e vivace. Perciò nella moderna biografia (reperibile presso il suddetto Monastero della Beata Colomba) l'ho largamente citata, e ne ho riportato i brani più belli e più adatti ai lettori di oggi.
Inoltre, per anni, ed anche favorito da non comuni circostanze di solitudine e di quiete, mi sono dedicato a un "lavoro di pazienza" e di precisione, cioè alla integrale interpretazione paleografica, al confronto parola per parola, di entrambi i suddetti manoscritti autografi del Padre Sebastiano Angeli, comparandoli anche col testo dei Bollandisti. Questa raccolta delle "Fonti biografiche della Beata Colomba da Rieti" (tale è il suo titolo) non è, almeno per ora, data alle stampe, poiché non può interessare che una cerchia assai limitata. Ma si trova egualmente a disposizione degli studiosi, avendone, dopo una recente revisione, depositato copia nella Biblioteca Augusta, all'Università di Perugia, e nell'archivio del Monastero suddetto.
Quanto allo sfondo nettamente storico di Colomba da Rieti, dobbiamo anche osservare che quei dodici anni che visse a Perugia, furono anni di accesi combattimenti fra le opposte fazioni della città con sanguinosi scontri nelle campagne, specialmente al Trasimeno, ed improvvisi assalti e incursioni fin dentro le mura. I diversi episodi hanno un preciso riscontro, che risulta sempre perfettamente conforme ai documenti e alle cronache, nella vita di Colomba. Con animo veramente cateriniano, ella si sforzò di lenire quegli odi fratricidi e di proteggere da sciagure il popolo e la città. Non temette di richiamare arditamente i potenti alla legge di Dio, a moderazione e giustizia. Di fronte alla loro ostinata cecità, minacciò castighi tremendi. Con l'immagine di un bel corpo umano dilaniato in tronconi, predisse quella truce congiura dei Baglioni, detta le "Nozze rosse", o "di sangue", perché perpetrata da parenti contro parenti in occasione delle fastose splendide nozze di Astorre. Con lui, ucciso a tradimento nel suo letto nuziale, la notte del 15 luglio 1500, non è da confondere l'altro, cioè Astorre II, che settant'anni dopo fu tra i più fulgidi e valorosi difensori di Famagosta: il loro eroico sacrificio valse a preparare la grande vittoria di Lepanto.
Alla nefanda congiura delle "nozze di sangue" aveva preso parte, non tanto per malizia, ma perché ingannato e trascinato da altri, anche il giovane Grifonetto. Orfano di padre, era l'unico e diletto figlio di Atalanta Baglioni, gentildonna profondamente pia, unita a Colomba da fedele ed ardente amicizia. Quando lo seppe traditore, Atalanta, quasi fuori di sé per lo stupore e l'indignazione, scacciò e maledisse il proprio figliuolo; ma quando, la sera dopo, Grifonetto a sua volta giacque sanguinante sul selciato, tornata a sentimenti materni, Atalanta con sua nuora Zenobia accorse in tempo per esortarlo al perdono ed abbracciarlo morente. La commovente scena di quella madre "china sul figlio che si muore", ha ispirato artisti e poeti, come D'Annunzio:

"Ecco Atalanta, la viola aulente,
Ecco Zenopia, la soave rosa,
...
Inondano di pianto il moriente.
E intorno alla bellezza dolorosa
sospeso arde il furor della battaglia."

Noi pensiamo che soltanto Colomba abbia potuto consolare quella madre nella sua fulminea tragedia. Ed è noto che Atalanta, come ad elevare il suo dolore e ad unirlo con quello di Maria sul Calvario, ordinò a Raffaello, per la tomba dei suoi, la "Deposizione dalla Croce". Ci viene spontaneo supporre, ci sembra quasi certo, che gliel'abbia suggerito la sua grande amica, Colomba; la quale anche in altri casi aveva consigliato, o gradito, qualche immagine votiva.
Coi drammatici eventi di quell'anno 1500, sembra concludersi, in certo modo, anche la vita della Beata Colomba; a conforto tuttavia dei suoi concittadini, il suo esilio terreno si protrasse ancora di alcuni mesi: fino al giorno dell'Ascensione, 20 maggio 1501.
Il suo V centenario coincide dunque con l'inizio del nuovo secolo e del nuovo millennio. A questo proposito, mi è tornata in mente una singolare immagine grafica, di un vero artista: "Nuovo secolo". Nulla di mirabolante, non qualche stranezza futurista sotto questo titolo; ma una veduta molto semplice, che colpisce per il suo significato. È il primo dell'anno, la campagna con qualche casa qua e là, è sotto la neve; ed è vista un po' dall'alto, da un campanile, ossia dalla cella campanaria, dove un monaco è salito, come ogni mattina, per dare un primo rintocco. È dunque un simbolo della perenne e immutabile saggezza cristiana e monastica, pur nel fluire del tempo, lontana dallo strepito e dalle follie del mondo.
Proprio così anche il "messaggio" di Colomba da Rieti, che si rinnova per noi dopo cinquecento anni.
Basterebbe il suo nome a ricordarci una parola del Vangelo, oggi piuttosto dimenticata: "Siate semplici come colombe". In che cosa dovremmo essere semplici? Prima di tutto nel tendere, nel puntare, al nostro unico e vero "fine", che è "conoscere, amare e servire Dio in questa vita", ed essere felici con Lui per sempre nell'altra.
Ci pensiamo mai che fuori di Dio, nulla è abbastanza grande per noi? Ci complichiamo e preoccupiamo di un cumulo di cose, mentre una sola è necessaria: amare Dio con tutto il cuore; compiere per amor suo quant'Egli ci chiede, anche nelle "piccole cose", nelle umili occupazioni quotidiane; raccogliendo al tempo stesso tutto quello ch'Egli ci offre continuamente, tesori inmortali, ricchezze vere per noi stessi e per quelli che amiamo.
Essere semplici è "vedere" Dio solo, è saperlo riconoscere in tutto quello e in tutti quelli che incontriamo nella nostra via, nelle gioie e più ancora nelle sofferenze della nostra vita. È un fidarci di Lui: la fiducia è la forma più bella dell'amore.
Colomba ce ne ha dato un esempio per così dire visivo, con quel suo viaggio di cui non conosceva neanche il termine e lo scopo, ma soltanto il cammino che doveva fare giorno per giorno.
Il suo candore è anche un simbolo di vera e costruttiva purezza: è un richiamo più che mai attuale, purtroppo, per chi dimentica il carattere sacro della famiglia, e il rispetto alla vita di ogni creatura umana.
Le sofferenze di Colomba non furono poche né lievi; ma è meraviglioso come il suo Padre Sebastiano, specialmente verso la fine del suo scritto, le consideri e le ponga in relazione con gli avvenimenti del mondo e con la storia del suo tempo. È il senso profondo del Corpo Mistico di Cristo e della Comunione dei Santi. È un vivere davvero "nel cuore della Chiesa": per chi segue la retta via e per chi ne ha deviato, per i credenti e per i lontani, per i "viatori" ancora al nostro fianco, e per quelli che ci hanno preceduti nel mistero dell'eternità.
Capire ed accogliere questo "messaggio" di Colomba da Rieti, mi parrebbe il suo più bel centenario; e potrebbe, per qualcuno di noi, segnare davvero un "nuovo secolo".

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