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Nunc dimittis…




1.I due vegliardi Anna e Simeone vivono ormai nel Tempio: sono dei "consacrati", che spendono tutto il loro tempo nell'attesa del compimento di una promessa antica. Per una illuminazione interiore vedono nel bimbo di Maria l'Atteso dei secoli. È tempo, quindi, del congedo: Nunc dimittis..., con serenità, con pace, con gioia, "con gratitudine", come dice Luca. Simeone disse:
"O Signore, ora che hai mantenuto la tua promessa
lascia che io, tuo servo, me ne vada in pace.
Con questi miei occhi io ho visto il Salvatore,
che tu hai preparato e offerto a tutti i popoli.
Egli è la luce che ti farà conoscere a tutto il mondo
E darà gloria al tuo popolo, Israele" (Lc 2,29-32).
È il canto di ringraziamento che facciamo ogni sera, prima del riposo, con il cuore distaccato da ciò che non è essenziale e tutto orientato a Dio: "Signore, quando vedrò il tuo volto?". Nella sua ultima lettera apostolica Novo millennio ineunte il Papa ci invita a riflettere su questo desiderio del volto di Dio, che vediamo riflesso in quello di Cristo: volto di un Dio crocifisso, volto di un Uomo risorto.
Anche noi siamo nel Tempio della vita in attesa del grande incontro!

2.È un Tempio, - quello della vita -, ove avviene la frequentazione di Dio, imparando ad incontrarlo in ogni evento, in ogni situazione. Coloro che sono in attesa percepiscono nel silenzio i passi fruscianti di Dio che avanza nella storia, senza farsi scorgere, ma lasciando chiare tracce della sua presenza e del suo passaggio. Gli diciamo: "la tua acqua non scorra invano nel mio deserto arido. Entra tu stesso con la vivacità del tuo parlare, con la tua Verità, nel vuoto del mio cuore e fatti posto, vivi tu da Signore dentro di me" (card. Anastasio Ballestrero).
Questa frequentazione di Dio deve essere abituale nei consacrati, né il lavoro deve fare ostacolo al colloquio d'amore. Il lavoro, infatti, si sostanzia sempre di preghiera, come ricorda l'ora et labora di Benedetto da Norcia. Se poi lo intendiamo come un ministero che nasce da una vocazione e da un carisma, e cioè un lavoro che fa crescere la Chiesa, esso si fa via regia di santificazione. Ogni credente, ancor più ogni consacrato, diventa santo lavorando e impegnandosi con amore nel suo ministero, senza mormorare e senza fuggire. Semmai sono da fuggire quelle maledictae occupationes da cui san Bernardo metteva in guardia il suo discepolo Eugenio III papa: erano le attività ossessive che nascono spesso dall'ambizione e generano affanno, quelle che purtroppo ricerchiamo perché ci fanno sentire "vivi", dal momento che abbiamo tutti paura della morte. Sono le occupazioni che ci impediscono, o almeno creano disturbo alla frequentazione amorosa di Dio. In realtà non possiamo mai trovare Dio nel frastuono esteriore e interiore. Lui ci attende nella cella del cuore e vuole un silenzio pieno solo della sua Parola e del suo Amore.

3.È un Tempio, - quello della vita -, ove avviene lo svelamento del Mistero. Svelamento fatto un po' alla volta, a misura del bisogno, sollecitato dall'ansia per una Presenza, come l'ansia della giovane donna del Cantico dei Cantici alla ricerca appassionata dell'amato. Francesco d'Assisi passò tutta la notte, nello speco de La Verna, a chiedere e a chiedersi: "Chi sei tu Signore? Che sono io?". Riuscire a penetrare per grazia qualcosa del mistero ineffabile di Dio, che nessuno di noi ha mai conosciuto, è il successo più grande della vita. E Dio si fa conoscere, se lo cerchiamo, entro il tempio della vita, ove trascorriamo l'attesa dello svelamento pieno, fino al giorno in cui prenderemo congedo da questa dimora provvisoria per entrare, finalmente!, nella casa definitiva del Padre. Come Anna l'ottuagenaria, come Simeone il giusto. I due vegliardi ci ricordano anche che non dobbiamo temere il giorno e l'evento della morte: per il cristiano quello è il vero "dies natalis", il giorno della nascita alla vita piena, consolati dalla speranza della risurrezione. È una festa che si prepara con intima trepidazione, giorno dopo giorno, come la trepidazione della donna che prepara il suo corredo da sposa, che attende la nascita del primo figlio. Allora ci sarà dato di incontrare anche noi l'Atteso, e sarà festa grande.

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