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Christus heri, hodie, semper |
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1.L'anno del giubileo, come sappiamo, ha la sua pienezza e il suo culmine nella Trinità santissima, ma ha il suo fondamento in Cristo, in cui "abita corporalmente tutta la pienezza della divinità"(Col 2,9), Lui che "è apparso nella pienezza dei tempi"(Eb 9,26) per "ricapitolare in sé tutte le cose"(Ef 1,10). Cristo è il Signore del tempo, nelle sue tre dimensioni di passato - presente - futuro, come indica il logo dell'anno giubilare: "Cristo ieri, oggi, sempre" (Eb 13,8). È nel suo nome, perciò, che concludiamo questo anno santo, che rimarrà inciso a fuoco negli annali della storia per la ricchezza di significati, nonostante l'indifferenza e l'ostilità di molti credenti e non credenti.
È tempo quest'oggi di bilanci: la società fa i suoi. E anche la Chiesa, almeno quella locale, fa i suoi; non alla maniera del censimento degli imperatori romani, alle cui finanze serviva conoscere i fuochi e le persone tassabili, ma alla maniera di chi siede per "calcolare" prudenzialmente il da fare (Lc 14,18).
Ai credenti è chiesto soprattutto di "leggere e distinguere i segni dei tempi" (Mt 16,3) e di regolarsi di conseguenza. Ci sono momenti in cui siamo richiesti di seminagione, e quindi di fatica, forse anche di lotta; accanto ad altri momenti in cui siamo richiesti di pazienza per far crescere i semi. Il nostro tempo è certamente di seminagione, e quindi di fatica e anche di lavoro contro un Maligno agguerrito e tenace.
Ci è chiesto di camminare per le vie dell'essenzialità cristiana, e quindi di povertà, di umiltà, di semplicità, ma soprattutto di carità e di servizio.
I giorni del trionfo cosiddetto "costantiniano" sono finiti e sono finiti anche i compromessi con il potere, onde ritrovare la libertà di parola e di giudizio sul mondo e i suoi peccati contro Dio e contro l'uomo. Sono pure finiti i giorni delle "abitudini" a essere cristiani, protetti nella nostra identità da usi e culture più o meno permeati di cristianesimo. Oggi è tempo di missione, di nuova evangelizzazione, di radicalità evangelica, di riannuncio della Parola di Dio "sine glossa", come diceva San Francesco: non fuori dal mondo, ma dentro questo mondo, entrando nei suoi purgatori e forse anche nei suoi inferni, per dire con le parole e con i fatti l'unica Parola che salva, Cristo Signore.
"Guai a me se non predico il Vangelo" (1 Cor 9,16): è un grido che sento particolarmente mio. Si chiudono le porte giubilari, ma si aprono i "portali" dell'evangelizzazione!
2.È in questa ottica dell'evangelizzazione, allora, che noi cristiani chiediamo perdono a Dio se non l'abbiamo ancora capito e non abbiamo fatto nulla per capirlo: - se non abbiamo dato vita a iniziative di nuova evangelizzazione, da non confondere con la pastorale di routine; - se non abbiamo riconosciuto e formato e responsabilizzato i laici perché prendano il loro posto nella Chiesa; - se non abbiamo fatto spazio alle novità dello Spirito, guardando ai "segni" di grazia e di conversione più che alle strutture e ai formalismi "ecclesialmente corretti"; - se ci siamo contentati, per dirla con una espressione idiomatica conosciuta, "dell'uovo oggi anziché della gallina domani", e cioè delle piccole gratificazioni giornaliere anziché d'un progetto pastorale impegnativo e faticoso.
Nell'anno del Giubileo abbiamo visto la nostra bella e complessa cattedrale totalmente restaurata e resa di nuovo funzionale: ne siamo grati a Dio, certamente, e agli uomini che l'hanno consentito. Però è tempo di fare spazio ai fedeli più che ai turisti, nel senso di ritrovare la centralità di una fede chiaramente professata anche al sommo dell'arce cittadina, senza mascherature di sorta, e una pienezza di espressione comunitaria dei diversi percorsi di fede, senza inutili divisioni. Mancano i preti, diciamo, ma questo non ci scoraggia affatto; anzi come opportuna risposta moltiplichiamo i ministri laici, le consacrazioni delle vergini, i diaconi anche sposati, e riapriamo il seminario diocesano come operoso centro di orientamento vocazionale.
C'è da ridare coraggio e fiducia a una comunità di fedeli che sembra a volte come "ingessata" dinanzi alle novità e alle urgenze del tempo: per questo vogliamo operare tramite la visita alla diocesi per unità pastorali, così come annunciavo nella lettera pastorale d'Avvento. Ma soprattutto vogliamo procedere, come il Papa ha indicato ai giovani, tramite "laboratori" di fede, di speranza, di carità, allargando il nostro cuore verso tutti i sentieri dove ristagna la povertà e l'emarginazione: dalle schiave del sesso, agli emigrati comunque bisognosi, senza mai dimenticare le povertà che non compaiono, quelle ad esempio delle famiglie dissestate, o delle condizioni di esistenza marginali e comunque sofferte.
Non si tratta di un programma ambizioso, ma solo d'un inventario di stimoli pressanti per il nostro buon uso ecclesiale del tempo.
Anche il tempo è un dono che ha a che fare con la pazienza di Dio, e non possiamo sciuparlo. Per le accidie e le ribellioni del passato chiediamo a Dio perdono, per le angustie e le indecisioni del presente chiediamo aiuto, per le preoccupazioni e le paure del futuro chiediamo coraggio.
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